martedì 24 maggio 2011

La città città del sole

La città del sole
"CITTA' DEL SOLE" è un progetto, simbolo di storia, di cultura, di architettura,che alla ricerca di una nuova sintesi nella contemporaneità, si colloca nel panorama dell'architettura sud e centro americana come elemento di cerniera tra le culture indo-americane e quelle europee.
Un tentativo di ponte (abbraccio) tra le esplosive e dinamiche architetture degli Hopi, degli Zuni e dei loro antenati e discendenti, dove gli elementi naturali, fusi con una geometria al servizio dell'uomo, ci restituiscono oggi, una immagine simbolo di una civiltà scomparsa e insieme alle idee  prodotte dalla "vecchia Europa", forniscono oltre alla tecnologia più avanzata, il desiderio di reinserire l'uomo in un discorso globale, che comprenda la creatività, la natura e tutto ciò che gli appartiene da sempre.
"Città del Sole" è anche legata all'Ecuador, e da qui la forza del simbolo, da questa linea immaginaria,la linea dell’equatore, che come in un teorema di geometria pura, divide la terra in due semisfere.
La linea dell'Equatore è anche una linea ideologica dove l'architettura come visione di se stessa, si divide simmetricamente in due , (come nella "Città del Sole") forse in quattro, in otto, ecc… producendo delle forme che esistono in funzione l'una dell'altra, facendo vivere simultaneamente episodi diversi, dove l'individualità che nasce dal modo di ognuno di condurre la propria vita, si armonizza e la linea dell'Equatore diventa una linea d'acqua che non separa ma rilega con la sua presenza.
Un lancio pubblicitario della linea dell'Equatore (a pochi chilometri da Quito).!
Questa linea d’acqua divide due grandi anfiteatri a gradoni,con affacci,habitat,terrazze e percorsi,distribuiti come negli antichi pueblos nel sud degli Stati Uniti.Comunque questa sua presenza è un fatto, e può diventare, il luogo ideale per un nuovo discorso latino-americano sulle culture pre-hispaniche, con l'inserimento nella "Città del Sole" di un museo d'arte pre-colombiana, di centri studi,laboratori di lavoro artigianale, tessuti, ceramiche, tintorie, e poi scuole,scuole di formazione, centri commerciali, spazi all'aperto e al coperto per mostre d'arte, cinema, spettacoli; nel centro della piazza, un grande sole (che può funzionare come accumulatore di energia solare, da restituire alla città sotto forme di energia per un totale di 5000 - 6000 abitanti). Dentro il sole, è inserito un grande auditorium per la musica. La piazza sarà coronata per quanto riguarda il piano terreno da piccoli ristoranti, ritrovi, bar, per  un'animazione continua, in collegamento con i mercati coperti ed i laboratori artigiani.Ai due estremi della linea acqua-equatore,la piramide di cristallo, museo emergente,da una parte e dall’altra una piramide in negativo con la cuspide verso il basso a sottolineare con un bacino d’acqua ,la fonte della vita.Il tutto inteso come un centro di attrazione per Quito, e punto di riferimento turistico e culturale per uno studio attento della storia ecuadoriana e latino-americana.
"Città del Sole" vuole essere, una città-satellite di Quito,e potrebbe diventare uno dei suoi motori, collegata con una superstrada, corredata da ampi parcheggi sotterranei.La città realizzata con materiali semplici, del posto, come mattoni, intonaci, legno, ma dotata internamente di un'alta tecnologia di funzionamento che consenta una regia di coordinamento tra le varie attività,sarà strutturata con percorsi rapidi che permettono anche dalle abitazioni di raggiungere il terreno agricolo circostante, distribuito proporzionalmente in orti, campi seminati, giardini, spazi comuni, terreno libero.
Comprendere dunque oltre alla cultura (la piramide-museo di CRISTALLO) le attività di studio e quelle artigianali ed agricole.
Il grande bacino d'acqua negativo della piramide-museo, dovrebbe, nelle verifiche degli scienziati, diventare una batteria solare.
“Città del Sole”è il mio  primo tentativo,di dare sostanza ed immagine a questi  anni del peregrinare tra popoli ed abitudini,tra sussuri di favole cosmiche e lettini psicoanalitici mitteleuropei,a cavallo di “critiche della ragion pura”….e fino a Jung di porte non aperte ,ignoranza dell’oltre,e dell’altro…fino a Jung,ed alla scoperta del subconscio. 

Il Circus, Arte&Cultura in un BAR

Trasformazione di un vecchio magazzino nel centro di Roma in Bar per esposizioni d'arte etc
Circus, il progetto

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Progetto per l'aeroporto di Malpensa

La casa tra i pini...(il progetto)

Casa privata, Letto master

Casa privata, Scala interna

Casa privata, Soggiorno

Casa privata, Vano scala
 
Casa privata, Soggiorno con camino
Casa privata, Mobile pranzo

lunedì 23 maggio 2011

La casa tra i pini...(la pubblicazione)

Siamo nella Roma di fine 800 inizi 900, si sta sviluppando intorno a Villa Borghese, una nuova zona residenziale di alto prestigio, con le caratteristiche di ville a più piani e degli effetti architettonici , romantici con punte di orientalismo(arabisances)…Guardano, soprattutto quelle in prima fila il mare di pini della villa Borghese con svettanti il museo Borghese ed altre architetture (storiche) inserite qua e là….
Negli anni trenta , una di queste ville sfida la retorica precedente per ispirarsi al neo razionalismo, molto in voga in quegli anni.
La premessa , indica lo spunto architettonico al quale ci siamo allineati , nel momento che ci è stato proposto di intervenire sugli ultimi 3 livelli della costruzione.

Il tema proposto poneva l’accento su di una famiglia numerosa, quindi dividere gli spazi in modo che ognuno potesse usufruire dello stare insieme , ed anche godere della propria privacy.
Ai figli è stato dedicato il primo livello, con ampi saloni, studio per pianoforte e computer , varie camere da letto e servizi, come cucina, office, dispensa ed una nuova scala disposta nell’ingresso, visibile e scenografica che, oltre ad un ascensore interno, avrebbe collegato questo livello con il II° e con il III°.

Questi due livelli sono stati dedicati ai genitori, e gli spazi esterni, grandi terrazzi , alla vita collettiva .

Tre elementi hanno guidato la progettazione alla ricerca di una nuova impostazione moderna ma calda (warm) e accogliente…Il parquet di rovere a doghe larghe, a terra, rivestimenti in ciliegio sulle pareti, con la filosofia del bugnato, anni ’30, superfici vetrate ovunque fosse possibile per catturare il meraviglioso mare dei pini di Villa Borghese.
Opere d’arte contemporanea di Sandro Sanna nel soggiorno e di Massimo Catalani nella zona pranzo completano un arredamento tutto studiato apposta per loro: divani, poltrone, tavolini, tavoli con lacche satinate , intarsi di marmi vari, rosa corallo, giallo siena, giallo tafu, travertino, ed il camino listato in portoro nero,
…Le superfici della casa sono tutte in color panna, e molti controsoffitti luminosi, rompono qua e la sequenza piatta dei soffitti, diffondendo luci regolabili con centraline elettroniche …Al terzo livello verso i grandi terrazzi, ombreggiati da tensostrutture della Sunsquare, un lato dell’architettonico è tutto vetrato, per esaltare l’idea della serra, come veicolo per la luce.

LA CITTA’ IDEALE NEL III MILLENNIO, AUROVILLE

(...) Quando vidi per la prima volta di Pondycherry, capii subito che questa città distesa sulle coste del Tamil Nadu, a fronteggiare il mar delle Andamane, sarebbe di prepotenza entrata in quella folta schiera di “città luce”, come uso definire le città coloniali, destinate a raccogliere le grandi fusioni etniche e culturali del XVIII e XIX secolo.
Gli edifici palladiani che la compongono, quali insediamenti governativi, sontuose residenze, chiese e scuole, sono formati da colonne, doriche , corinzie, lisce, scanalate, dai tenui colori aranciati. Immersi in verdi profondità tropicali, capitelli, logge, balconi si fondono con gli elementi primari dell’architettura indiana, case patio, lunghe facciate con arretramenti e filtri di luci, di ogni foggia e stile, a creare ombre e microclimi.

 Come nel quartiere francese della Nouvelle Orleans, gli edifici sono disposti a scacchiera con grandi boulevard e strade strette. Questo di Pondycherry, nel sub continente indiano, rappresenta l’unico esempio consistente di una presenza francese in quell’area, e oggi un vasto programma di conservazione ne garantisce la sopravvivenza.
Nei luoghi di questa città indo-europea arrivavano anticamente navi dalla Grecia, la chiamavano Podukè, e ora, scavando stanno venendo alla luce i resti di un porto romano, muraglioni, anfore e monete e 8 Km più a nord, in modo non casuale, in una grande piana poco distante dal mare, alcuni alberi millenari, Bamyan, sacri come quelli di Bodgaia  per il Buddha Sakyamuni, segnano un terreno che è stato luogo di raccoglimento e meditazione e anticamente chiamato Puri-Veda. Uno dei centri nel sud dell’India da cui furono irradiate le antiche regole, tramandate oralmente.
Ed è in questi luoghi  che il grande filosofo Indiano Sri Aurobindo, spinto alla non-azione dalle autorità inglesi, passò gran parte della sua vita  (dal 1910 al 1960), lavorando ad un “Rinascimento Indiano” che creasse nel suo popolo, con una nuova presa di coscienza, un forte blocco di opposizione all’occupazione inglese. La filosofia di ricerca di Sri Aurobindo, si fondava su alcuni importanti concetti derivati dal pensiero occidentale come democrazia, scienza, tecnologia, arte, per integrarle sincreticamente alla cultura Induista.
Dice Sri Aurobindo: « Au cœur de la conception indienne se trouve l’idée que l’Eternel, l’Esprit est enclos dans la matière involuté et immanent en elle, et qu’il évolue sur le plan matériel au  moyen de la renaissance individuelle, gravissant les échelons de l’être jusqu’à ce qu’en l’homme mental il pénètre dans le monde des idées e dans le domaine de la moralité consciente, le dharma. »

particolare del plastico realizzato

Questo pensiero progressista che si fondava su una profonda fede nella conoscenza dello spirito e della materia, ha portato dopo l’indipendenza raggiunta  nel 1948, a realizzare proprio in quei luoghi la Città Universale di Auroville. Dedicata al grande filosofo scomparso dalla moglie, La Mère , fu inaugurata il 28 febbraio 1968, alla presenza di 5000 persone, provenienti da 124 paesi diversi e delle più importanti autorità indiane.

plastico della linea di forza
Auroville vuole essere una città universale dove uomini e donne possano vivere in pace e armonia, al di la delle divisioni etniche, politiche e religiose. Lo scopo di Auroville è contribuire a realizzare l’unità tra tutti i popoli. Oggi Auroville conta 1700 abitanti provenienti da 35 nazioni. Un altopiano desertico è divenuto una meravigliosa foresta con al suo centro il Matrimandir: un enorme sfera compressa nei poli, “l’anima di Auroville” come usava chiamarla la Mère, al cui interno si trovano luoghi di silenzio e meditazione, circondati da giardini e dagli antichi alberi dei Veda, dei Rishi, dei Sadu, di Sri Aurobindo.

(...)      Ero emozionato e l’impatto con quest’idea di città, continuava a d occupare la mia mente, ripensavo a Pueblo Bonito,alla Città del Sole,ai suoi concetti di idealità e di globalizzazione di sistemi differenti tra di loro, come un alchimia antropologica. Incontrai nel centro studi un edificio moderno e ben inserito nel contesto,che fronteggiava il maestoso Matremandir, una sfera ovalizzata,alta 30 m..L’involucro esterno è composto da una miriade di dischi dorati,ora sollevati,ora compressi,cosi da creare una membrana sfaccettata,sostenuta da una struttura curva reticolare in cemento armato
(...)Incontrai,dicevo,quello che allora era il responsabile delle relazioni esterne di Auroville, Luigi Zanzi, un italiano di Ravenna.(...)
“Perché non ti prendi una linea di forza e la studi?” Mi stava dicendo Luigi al culmine del nostro incontro..
(...) 
L’impostazione generale prevedeva un habitat per 50.000 abitanti nel 2025!
Esausto dopo 3 giorni di lavoro tornai da Luigi,  rimase affascinato dagli schizzi che avevo prodotto a Pondycherry e lì fatto fotocopiare.

render dell'atrio
 
La galassia con le linee di forza

Disse che dovevamo iniziare un ciclo di reciprocità…studi, suggerimenti, proposte e che avrebbe organizzato una mostra e una conferenza per il, Natale 2007/2008, disse che avremmo dovuto incontrare Auger…
Ci vedemmo ancora poi ripartii per Roma con quell’avventura nel cuore e nella mente . Portai avanti il progetto nei 4 mesi che ci separavano dal nuovo incontro , coinvolsi vari giovani collaboratori tra cui a Londra, l’arch. Carlo Benigni, mio figlio Nur, per gli aspetti economici e gestione dell’eco sostenibilità…Luigi mi disse che la gente di Auroville , si era mostrata entusiasta del progetto …e che aveva raccolto fans e adesioni …ma si preparava all’incontro con Auger..
Mi resi conto quando arrivai il 20 dicembre , sempre a Pondycherry, che l’entusiasmo mi aveva fatto sottovalutare l’incontro con un artista architetto di cultura francese . Nacque un conflitto tra metafisica e cartesianesimo , continuava a dire che i soffitti delle unità o appartamenti o villa che aveva progettato non superavano mai i 2.40 m di altezza in modo da dare al prospetto una visione più allungata .
Ci trovavamo a casa sua , una  villa immersa nel verde , esempio di come i primi abitanti soprattutto francesi, avevano operato su questa vasta landa  desolata trasformando tutto il territorio in un giardino incantato. Una palma , un hibiscus crescevano di 2 metri all’anno.
In questo incanto la sua villa, un po troppo sottodimensionata,la sua idea delle altezze dei soffitti era un po penalizzate, tutto troppo piccolo come se umiltà e presunzione si fossero fusi per esprimere dei limiti, in quel contesto non necessari.
Auger ci ricevette, nel suo studio pieno di disegni e di plastici, con la moglie, la moglie la nipote della Mere, Luigi era con Brigitte , sua compagna e direttrice del lycee di Pondy, retaggio di una lunga ed unica colonizzazione francese in India.

Prospettiva della linea di forza

C’erano Paul e la simpatica moglie , anche loro, parte del gruppo di gestione di Auroville, Auger  mi chiese quale funzione Avessero questi “grillages”…inframezzati fra gli edifici, provai a spiegargli che erano come dei tromp l’oeil ecosostenibili, a simulare onde e curvature in un terreno praticamente piatto…
Ma lui non volle entrare in questi ragionamenti , l’uomo che aveva progettato il Matremandir , e la galassia città non vedeva di buon occhio una lettura che non fosse sua, delle “linee” di forza  e venne fuori il lato Le Corbusier insito nei Francesi , dove il cemento armato la fa da padrone , dettando legge nelle Unité d’habitation …e come Chandigar o Ahmenabad , appare purtroppo eroso e consumato dal tempo .Poi la crisi economica ha tagliato le ali a tante iniziative , il gruppo di Luigi , oggi è defilato e lui in particolare si occupa di fund raising ..per il sostegno di Auroville . Oggi Auger non c’è più , ci ha lasciati nel 2009 ed io non ho smesso di sognare , l’India è in movimento ed il pensiero che mi attrae li è sempre forte e premuroso, e ho pensato che certi cicli, forse, sono destinati a compiersi.

render dei volumi della linea di forza

Giusto, dobbiamo mettere a posto la Farnesina...

Quando Umberto Vattani mi chiamò dicendomi, “dobbiamo mettere a posto la Farnesina  ” ebbi un sussulto ed un emozione profonda.
Voleva dire, entrare nel tessuto storico ed Architettonico del paese, confrontarsi con un “Mostro” resuscitato da Amintore Fanfani a metà degli anni cinquanta e reso     Ministero Degli Affari Esteri, il Ministero più prestigioso.
Un Concorso per la sistemazione esterna del Piazzale della Farnesina, con il grande viale che portava al Tevere, e ad un ponte, che non fù mai realizzato fù vinto nel 1998 dall’ Arch. Riva. Noi arrivammo, in quel Ministero subito dopo.
Con l’Arch. Mariani ci mettemmo all’Opera, ed in 5 anni, resuscitammo il “Mostro”. Lavorammo all’inizio con il Provveditorato, al miglioramento delle Opere interne, creando nuovi saloni, nuove illuminazioni, pulizia dei marmi. Poi, grazie ad una grande riunione U.E.O. che riuniva, i rappresentanti di più di 30 paesi, che l’Amb. Umberto Vattani, divenuto Segretario Generale, ebbe la brillante idea di realizzare negli spazi della Farnesina, risparmiando sugli allestimenti esterni, tipo usa e getta, e realizzando opere permanenti e di manutenzione.
Gli ascensori cambiati tornarono a funzionare veloci, la mensa, rinnovata fu accolta con entusiasmo.
Furono adeguati la sala dei congressi, con un tavolo per 60 conferenzieri, grandi saloni d’ingresso, la nuova Biblioteca storica, tutta meccanizzata coi il Genio Civile, e apparvero le prime Opere d’Arte moderna a fare da contorno al rinnovamento: Sandro Chia, Antonio Depero, Lucio Fontana, Piero D’Orazio, Janis Kounellis-Ceroli.
Nasceva la collezione Farnesina, curata da Italo Calvesi, e dall’interno Sandro Merola, Mara Girace ed altri collaboratori.  Un fiorire d’ Arte e di animazione fino a raggiungere oggi le 350 Opere, concesse con la formula del comodato, l’Artista presta e rimane proprietario, vede le proprie Opere girare il mondo, al seguito di Mostre e Fiere. E trasmette il linguaggio di un paese, dei tanti artisti.
Mancava ancora qualche cosa, ed era quel problema di comunicazione tra le due ali del ferro di cavallo. Tutto il “traffico” passava attraverso la “Sala  De Grenet”  ed i Saloni di rappresentanza del M.A.E., davanti agli uffici del Ministro, disposti sull’ala corta.
Ed insieme ad Umberto Vattani pensammo di unire esternamente le due ali lunghe, approfittando di un grande balcone che dava sul cortile interno di fronte alla sala d’attesa principale (la De Grenet).

Progettammo due passerelle, nei due vuoti laterali al balcone ed usammo le 2 finestre, laterali, come accessi dalle 2 ali lunghe. Il tutto rivestito con un piano inclinato di cristallo alto 8 mt. che raggiungeva la balaustra del balcone esistente, la struttura d’acciaio portante, era realizzata in travetti rettangolari dai quali partivano i nodi portanti, detti spider-glass, che con 4 ventose a pressione e a vite reggevano i cristalli giganti, in vetro St. Gobin, l’aria condizionata immessa dal basso,bagnava la superficie vetrata,garantendo trasparenza, come nelle torri degli aeroporti, la visibilità sarebbe stata sempre garantita.
Il lavoro di Del Debbio, a parte le due passerelle, come ponti provvisori e qualche foro per le viti sul travertino, era stato completamente rispettato.
Fu inaugurata dal Min. Lamberto
Dini e recepita dall’ intero M.A.E., come una soluzione ardita e funzionale, è visitata dagli studenti della Facoltà di Architettura, e da altri. Opere D’Arte, scultura in particolare, accompagnano la passeggiata di oltre 40 mt.: “Il Ponte Umberto”.